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One step beyond

Sfiorando la tappa D41 in Val Chisone

 La meteo non promette niente di buono, anche se rimane in quel limbo di incertezza che, di fatto, potrebbe giustificare qualunque evoluzione del tempo.

Dopo qualche solita telefonata, questa volta non parto solo, siamo addirittura in dieci. All'alba il cielo è plumbeo, ma non fa molto freddo. Arriviamo al punto di ritrovo che il bar sta tirando su le saracinesche. Mentre aspettiamo teniamo d'occhio l'entrata: nessun avventore! E allora non si entra, il caffè farà schifo, la macchina deve "farsi", una regola fondamentale dice che non bisogna MAI bere il primo caffè della giornata in un bar.

Ci compattiamo in due auto e partiamo alla volta della Val Chisone. La mia autoradio suona i CCCP, passiamo dall'inno nazionale russo distorto con la chitarra elettrica al vecchio mantra "non studio non lavoro non guardo la tivù non vado al cinema non faccio sport" ripetuto ossessivamente da Giovanni Ferretti.

Sosta a Perrero per il caffè, servito con tanto di caramellina al cioccolato, poi proseguiamo per Prali e continuiamo sulla strada sterrata che ci porta alle Miande Bou du Col, un bell'alpeggio posto lungo la tappa D41 di Via Alpina. Ci accoglie un cane malconcio, zoppo e spelacchiato, che sta lì a guardarci e intanto abbaia. La Via Alpina prosegue lungo la strada sterrata verso il Rifugio Lago Verde, mentre noi prendiamo il sentiero 210 alla volta del Gran Queyron, un picco a 3060 metri che si affaccia sul Parco del Queyras, in Francia.

Il primo tratto, dopo il guado del torrente Germanasca, sale nel bosco. Troviamo presto il sole e possiamo toglierci i vari strati di abbigliamento che a questo punto sono eccessivi. Dopo una strana cengia che taglia a mezzacosta il ripidissimo versante affacciato sul fondovalle, il sentiero raggiunge un poggio che si apre su di una valle molto bella, percorsa da torrentelli e delimitata da boschi fitti. Sopra di noi, invece, la vegetazione è bassa e scarna, tipica delle quote più alte.

Dopo un breve tratto pianeggiante ricominciamo a salire su un ripido pendio, fortunatamente disseminato di mirtilli maturi, dei quali possiamo rimpinzarci senza perdono. Il cielo è coperto a metà dalle nuvole, ma il sole riesce ad infilarci sotto i suoi raggi, regalando all'insieme una luce spettacolare, che incendia i colori del mondo che intanto iniziano a scaldarsi d'autunno... ottimi scenari per le fotografie di rito, che quest'oggi vedono come protagonisti d'eccezione nove persone, ritratte davanti, dietro, da sopra e da sotto.

Alla fine finiscono i ***, i rododendri ed i mirtilli e tutto diventa pietraia, per gli ultimi tornanti sotto il Passo Frappier (2891 m), affacciato sulla parte alta della Valle Argentera. Sull'altro versante vediamo lunghi tratti dello stradino che porta al Rifugio Lago Verde.

Un breve tratto in cresta ci consente di raggiungere una vecchia casermetta diroccata, provvista di portico con balaustra e tutto, dove fino a poco prima del nostro arrivo abitavano un paio di grossi stambecchi con rispettive famiglie, che ci stavano osservando da tempo e che solo all'ultimo si sono allontanati con un certo atteggiamento che si potrebbe definire scocciato.

Il Gran Queyron è lì sopra, una distesa di roccie grigie coperte dalla prima neve dell'anno. Solo alcuni di noi vivono il mito della vetta a tutti i costi e pertanto partono alla conquista della croce montata sul cocuzzolo lassù. Gli altri rimangono stravaccati contro il muro della casermetta, a godersi il sole che va e viene e ad apparecchiare per il pranzo: dagli zaini salta fuori ogni ben di dio, compresa una bottiglia di dolcetto e due bottiglie di birra.

Dopo mangiato si lascia lo spazio al sonnellino, prima di iniziare a scendere. Molti di noi propendono per un percorso alternativo, che dovrebbe servire ad esplorare una possibile gita di scialpinismo. Io, che vedo più lungo di tutti (:-)), prevedo infognamenti vari e decido di scendere da dove sono salito, tanto per non sbagliare. Un paio del gruppo mi seguono. Riusciamo a mangiarci ancora una bella dose di mirtilli e ad arrivare alla macchina con mezz'ora di anticipo sugli altri, che in effetti si sono messi in condizione di trovare lungo.

All'alpeggio Bou du Col compriamo l'unica toma che hanno in vendita, poi ce ne torniamo a casa, chiacchierando sui massimi sistemi dello sviluppo turistico delle nostre valli e ragionando sul perché tale sviluppo non ha possibilità di riuscire. Argomentazioni molto positive e motivanti, per uno come me che si occupa di sviluppo locale...

E va bè, questa volta non porto a casa molti dati su Via Alpina, ma almeno ho capito cos'è questo "Bou du Col" di cui tanto si è parlato durante il progetto. E poi il mondo è grande, ci sono tante belle cose da vedere, in linea, tra l'altro, con lo "spirito" di Via Alpina.

"Andare in montagna è così splendidamente inutile e vano che dobbiamo farlo", disse un giorno uno che la sapeva lunga. E forse può anche servire a contrastare, in qualche modo, l'agghiacciante constatazione, mutuata dagli scritti di Alessandro Baricco, che dice "si ritrovò ad avere 40 anni e nessun motivo per stare al mondo". Tanto per finirla un po' depressa....

 

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