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One step beyond

Bighellonando con Colombano Romean

 Questa volta la tenda la monto in un parcheggio. C'è la luna piena, che a volte salta fuori da dietro le nuvole che corrono veloci. Ancora una volta sono accanto all'auto, tanto che uno dei tiranti lo lego direttamente al cerchione di una ruota.

Piove tutta la notte. E' bello starsene in tenda quando piove: il ticchettio delle gocce sui teli concilia bene il sonno. Quando diluvia, però, quel ticchettio diventa un boato e sembra di star dentro una lavatrice, e di dormire non se ne parla...

Finalmente la smette che saranno le quattro di mattina, un paio d'ore dopo esco fuori e scopro un cielo bello sereno. Neanche a dirlo fa un freddo cane. Il rifugio Levi-Molinari è troppo lontano, così mi riduco a mangiare un pacco di biscotti mentre saltello per scaldarmi, poi parto deciso. L'obiettivo è quello di salire al rifugio Vaccarone dal Passo Clopaca, per poi tornare qui alle Grange della Valle (ed al già citato rifugio Levi-Molinari, che è appena lì sopra) seguendo il percorso della Via Alpina, tappa D36. Tra l'altro inauguro la macchina fotografica nuova, a fine giornata conterò 350 scatti o giù di lì, fortuna che sono solo, immagino che se qualcuno fosse con me mi avrebbe ammazzato a seguito di crisi isterica: ho fotografato tutto! Panorami, fiori, pietre, licheni, escrementi di mucca (l'avevo scritta più volgare, ma il sistema qui mi ha censurato, pensa te!), cartelli, asini, catapecchie, nuvole, soli...

La salita al Passo Clopaca è piacevole, il sentiero si arrampica lungo un pendio decisamente ripido ma, a parte il primo tratto nel bosco, si allarga su ampi mezzacosta per nulla faticosi. Il Passo Clopaca è un passo per modo di dire: si tratta infatti di un prato pianeggiante, molto panoramico ma privo del classico avvallamento pronunciato che uno si aspetterebbe, appunto, su un passo. Da lì un lunghissimo traverso, praticamente in piano, raggiunge il Rifugio Vaccarone. Lungo il cammino il tempo si guasta e prendo, nell'ordine, grandine, neve, vento, grandine, vento, vento e vento. Fa un freddo dell'accidenti, fortuna che ho con me guanti e berretto e abbigliamento serio.

Al Vaccarone trovo un tizio che vaga intorno al rifugio, recitando una litania di insolenze che non penso sia il caso di riprodurre: guarda caso sta seguendo la Via Alpina, nel vento mi urla che è partito da non so dove qualche giorno fa, oggi si è fatto regolarmente la tappa D35, ma adesso non sa bene come fare a raggiungere il Levi-Molinari senza metterci un'eternità (al momento l'alternativa più logica al fatto che il Vaccarone è chiuso è appunto quella di fare in giornata dal Piccolo Moncenisio al Levi). Gli consiglio di scendere dal sentiero che ho appena fatto io, che mi pare più veloce piuttosto che il giro più largo previsto da Via Alpina. Mi saluta e se ne va, dopo pochi passi una nuvola impazzita lo inghiotte, sono di nuovo solo.

Ancora una volta devo constatare che le carte della serie Alpi Senza Frontiere non sono così precise come ci si aspetterebbe: il sentiero che scende verso il Lago del Gias è segnato da tutt'altra parte rispetto alla realtà. Peccato. Dopo qualche bel giro a vuoto nella bufera trovo la strada giusta che, per la cronaca, parte proprio dietro al rifugio, in prossimità della struttura nuova che stanno costruendo. Non esiste nessuna indicazione, il sentiero non è molto evidente, "io speriamo che me la cavo"! Lungo la discesa trovo qualche sbiaditissimo segnavia, ma le cose migliorano assai una volta raggiunto il Ricovero del Gias: lì, infatti, arriva una mulattiera militare, di quelle che hanno superato i decenni traballando solo un po' sotto i colpi inclementi del tempo e dell'incuria, a testimoniare la perizia immensa di chi si è rotto la schiena per costruire opere destinate ad ammazzare quelli che si erano rotti la schiena per salire dall'altra parte della stessa montagna... Strane creature gli uomini!

Scendo al Lago del Gias, che di lago non ha più neanche l'ombra (mancando un elemento fondamentale nella definizione di "lago", ovvero l'acqua).

La morfologia qui è molto complessa, l'ex strada militare (per lunghi tratti riassorbita dalla natura implacabile) serpeggia seguendo sapientemente vallette e dorsali. A tratti spuntano ponticelli, tornanti sostenuti da muri a secco meravigliosi, lastricati e paracarri in pietra... Complessivamente, tuttavia, non è facile seguire il percorso, la segnaletica è molto scarsa e molto vecchia, mentre l'erba rigogliosa rende difficile individuare il piano di calpestio. Di fatto "manco" il bivio per le grange Gianuva e di Valentino, e prendo invece una variante diretta che mi fa scendere in fretta sul fondo del Vallone di Tiraculo, a pochi passi dalle grange Thuille, un grosso agglomerato di vecchie baite diroccate, spettralmente abbandonate. Lì sopra incombono le pareti rocciose contorte e sforacchiate dei Denti di Chiomonte. Da qualche parte ci deve essere l'uscita del "Buco di Romean", l'incredibile opera idraulica scavata qualche secolo fa da un uomo solo (Colombano Romean, appunto) per portare l'acqua del Vallone di Tiraculo sull'altro versante, diversamente arido. Se l'opera di Colombano è incredibile, risulta altrettanto incredibile il fatto che non ci sia neanche una frecciolina che indichi il sito. Fortunatamente il mio occhio di lince (!!!) ha individuato, durante la discesa, una linea orizzontale sul versante, che aveva tutta l'aria di rappresentare una "bealera", ovvero il canale di raccolta dell'acqua dal torrente. Punto quindi verso la fine di quella linea, e infatti trovo una grata di ferro che copre un tombino, nel quale scroscia l'acqua di un ruscelletto che arriva giù dalla bastionata rocciosa. Tutt'intorno manufatti in cemento, poco belli da vedere ma testimoni del fatto che l'opera, a distanza di secoli, continua a servire secondo il suo scopo originario.

Tornato alle grange Thuille supero un breve tratto in salita, che aggira le bastionate rocciose e raggiunge l'ultimo roccione, proprio sulla cresta, che rappresenta la massima elevazione della Cima Quattro Denti: panorami sterminati e arrampicate spericolate (sempre nel vento impetuoso) per andare a fotografare la madonnina cementata sul cocuzzolo del masso.

Ormai sono in Val di Susa, e non mi resta che percorrere il lunghissimo traverso che mi riporterà alle Grange della Valle ed al rifugio Levi-Molinari. Dopo pochi minuti raggiungo l'imbocco del Buco di Romean da questo versante, questa volta ben segnalato e provvisto di targa e tutto il resto. In effetti, se di là il tutto è limitato ad un buco per terra, qui c'è proprio la galleria scavata nella roccia, nella quale si può pure entrare (a fare che? FOTO!!!), mentre fuori c'è tutto l'ingegnoso sistema per dividere equamente l'acqua nelle due bealere che vanno di qua e di la lungo il versante della montagna.

Mi stravacco sull'erba e mi godo due bei panini speck e formaggio, mentre osservo i puntini delle auto che serpeggiano laggiù sull'autostrata. Un po' più in su nel fondovalle si scorge il Forte di Exilles, bello e poderoso.

Riparto, seguendo un tratto del Sentiero Balcone, che taglia a mezzacosta il ripido pendio. Non molto agevole, il sentiero è comunque evidente e tranquillo, nonché panoramico. Arrivo alle grange Clot di Brun, raggiunte da una strada sterrata. Poco oltre una deviazione consente di raggiungere le Grange della Valle, una bella frazione abbarbicata sul pendio al sole, ben protetta da un costone roccioso. Continuando per qualche minuto su per il vallone si può raggiungere il rifugio Levi-Molinari, meta finale della tappa. Io invece dirigo gli scarponi impolverati verso il parcheggio un po' più in là.

Mentre raggiungo la macchina si rimette a piovigginare, ma ormai è fatta e non mi importa più. Torno verso casa, la luna è ancora piena, il GPS è carico di dati che devono essere scaricati ed elaborati, ci penserò domani...

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