<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" ?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" href="http://community.via-alpina.org/utility/FeedStylesheets/rss.xsl" media="screen"?><rss version="2.0" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"><channel><title /><link>http://community.via-alpina.org/blogs/</link><description>The community for the "alps people"
...let's participate!</description><dc:language>en-US</dc:language><generator>CommunityServer 2007.1 (Build: 20917.1142)</generator><item><title>Sulle orme di due gringo</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/10/23/sulle-orme-di-due-gringo.aspx</link><pubDate>Thu, 23 Oct 2008 07:36:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:117</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p class="MsoNormal"&gt;
 
  Normal
  0
  14
  
 

&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;“… I due gringo a cui mi riferisco dedicarono gran parte
della loro vita agli affari di banca che, come è noto, si possono affrontare in
due modi: o facendo il banchiere o il rapinatore. I due gringo optarono per la
seconda possibilità, perché, in quanto gringo, avevano nelle vene un
puritanesimo che li faceva restare fermamente legati a certi principi etici,
gli stessi che li obbligavano a dividere in fretta con altri la ricchezza
ricavata dalle rapine. (…) I genitori avevano dato loro due nomi, Robert Leroy
Parker e Harry Longabaugh, ma ne ebbero molti altri: Mister Wilson e Mister
Evans. &lt;span&gt;Billy e Jack. &lt;/span&gt;Don
Pedro e don José. Nelle infinite pianure delle leggende entrarono però come
Butch Cassidy e Sundance Kid. …”&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Il passo di letteratura che in assoluto ho letto più volte
nella mia vita. Passo che, tra l’altro, al giorno d’oggi non è più tanto
efficace, dal momento che tra banchiere e rapinatore non c’è più differenza
alcuna.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Un paio di pagine dopo: “… Forse non riusciremo mai a sapere
come organizzavano gli assalti alle banche quei due banditi, ma posso
raccontare come andò che un inglese e un cileno abbastanza ubriachi, verso le
cinque del pomeriggio, progettarono un viaggio ai confini del mondo.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left:36pt;text-indent:-18pt;"&gt;-&lt;span style="font-family:&amp;#39;Times New Roman&amp;#39;;font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;font-size-adjust:none;font-stretch:normal;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;
&lt;/span&gt;Quando partiamo, cileno?&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left:36pt;text-indent:-18pt;"&gt;-&lt;span style="font-family:&amp;#39;Times New Roman&amp;#39;;font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;font-size-adjust:none;font-stretch:normal;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;
&lt;/span&gt;Non appena me lo permettono, inglese.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left:36pt;text-indent:-18pt;"&gt;-&lt;span style="font-family:&amp;#39;Times New Roman&amp;#39;;font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;font-size-adjust:none;font-stretch:normal;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;
&lt;/span&gt;Hai dei problemi con i pezzi grossi che governano il tuo
paese?&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left:36pt;text-indent:-18pt;"&gt;-&lt;span style="font-family:&amp;#39;Times New Roman&amp;#39;;font-style:normal;font-variant:normal;font-weight:normal;font-size:7pt;line-height:normal;font-size-adjust:none;font-stretch:normal;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;
&lt;/span&gt;Io no. Sono loro che hanno dei problemi con me. …”&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;L’inglese è Bruce Chatwin, il cileno è Luis Sepùlveda,
esiliato per motivi politici dalla dittatura cilena e rifugiatosi in Europa.
Quando finalmente dal Cile permisero a Sepùlveda di tornare nel suo paese,
Chatwin era morto, e lo scrittore sudamericano partì da solo per il viaggio
programmato in due, sulle tracce delle ultime gesta dei gringo di cui sopra,
che si vogliono morti ammazzati in Patagonia o forse in Bolivia, ma comunque
nelle regioni più australi della terra.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Di quel viaggio resta il romanzo “Patagonia Express, Appunti
dal sud del mondo”, dal quale sono tratte le citazioni su riportate. E mi piace
molto immaginare Luis Sepùlveda fissare gli appunti sulle pagine della
moleskine (ricevuta in dono proprio da Bruce Chatwin) lungo le strade polverose
e piene di vento delle sterminate pianure patagoniche.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Nella mia particolare storia del cinema ci sono due pietre
miliari, entrambe interpretate da una coppia immensa: Paul Newman e Robert
Redford. Il primo film è ovviamente “La stangata”, il secondo si intitola
“Butch Cassidy and the Sundance Kid”, uscito mentre io nascevo. Li ho visti in
TV tantissimi anni fa (se consideriamo che sono più di vent’anni che la
televisione non ce l’ho più…), poi ho trovato “La stangata” su DVD in qualche
centro commerciale.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Ho acquistato “Butch Kassidy” qualche giorno fa su internet
in versione Blu-ray, il massimo della tecnologia e della qualità d’immagine. Quando
mi è arrivato l’ho guardato due volte di seguito: la scena finale vale tutta la
cinematografia mondiale. Naturalmente non la racconto, dico solo che chi muore
senza averlo visto brucerà sicuramente nel fuoco eterno dell’inferno.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Come sempre i collegamenti mentali mi portano lontano, e
proprio mentre sto pensando con nostalgia al vento della Patagonia, capace di
cambiarti i connotati se te lo lasci soffiare in faccia, alla radio dicono che
la crisi economica internazionale rischia di colpire nuovamente anche
l’Argentina, dopo quasi dieci anni dal clamoroso crack che l’ha messa in
ginocchio, con tutte le conseguenze che conosciamo. Di quella prima catastrofe
sono stato testimone diretto: con la solita fortuna che mi contraddistingue
sono partito per il mio secondo viaggio nel Sud America proprio mentre si
scatenava una rivolta popolare in Argentina. Sull’aereo verso Buenos Aires ho
conosciuto un ragazzo argentino, di Cordoba, anche lui Sergio (in castigliano
si dice però “Serghio”), da anni residente a Cuneo, che tornava a casa per le
vacanze di natale.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;All’aeroporto internazionale di Buenos Aires tirava un’aria
tesa, c’era polizia dappertutto. Ci vuole una mezz’ora di superstrada per
raggiungere il centro, e con il Sergio di Cordoba condividemmo un taxi tutto
scalcagnato. Quando raggiungemmo la periferia della megalopoli fummo
scaraventati in un film: agli angoli delle strade bruciavano copertoni, qua e
là sassaiole di cubetti di porfido, dai supermercati uscivano di corsa persone
con le borse piene (ci dissero poi che la polizia lasciava andare quelli che
rubavano solo generi di prima necessità, mentre arrestava quelli che si
portavano via televisori e beni di lusso vari, e intendo con “arrestare” una
pratica che laggiù coinvolge pesantemente i manganelli e prevede, se ti va
bene, il ricorso alle cure mediche). Le vetrine dei negozi erano coperte
con tavole di legno o cartoni, mentre dappertutto c’erano resti di cose rotte o
bruciate. Passavamo a tutta velocità diretti all’aeroporto dei voli interni, che
è appena fuori della cosiddetta Ciudad Capital, ovvero l’insieme dei quartieri
più “in” della città, una piccola parte dell’immensa Buenos Aires. Guardavo con
apprensione l’autista, che guidava piegato sul volante, come per evitare i
proiettili vaganti. Stavo seduto accanto a lui, su quello che è detto “il posto
del morto” o anche, per analogia speranzosa, “il posto della suocera”. Non ero
tranquillo per niente.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Finalmente all’aeroporto, mentre aspettavo il primo volo sul
quale ero riuscito a prenotare un posto (destinazione Mendoza, nemmeno sapevo
dov’era, ma l’importante era togliersi di lì), dissi a Sergio che in ogni caso
mi sarebbe piaciuto un sacco vivere in Argentina. “Detto in questo momento, è
un po’ come pisciare contro vento” mi rispose alludendo a tutti gli argentini
che tentavano con ogni mezzo di trasferirsi nei paesi europei. Lavorando presso la
Regione Piemonte, in quei mesi ricevemmo diverse e-mail di persone argentine con cognomi
palesemente italiani che cercavano di risalire al nonno o al bisnonno che forse
era vissuto in un posto che poteva chiamarsi “Crastolo” o “Crossolo” (e che
probabilmente era “Crissolo”). Solo dimostrando una documentata origine
italiana questi disperati potevano, infatti, sperare in un doppio passaporto
che gli permettesse un’emigrazione duratura, per quanto precaria. Non riuscimmo
ad aiutare nessuno.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Lì per lì vissi un certo disagio: pensavo alle fiumane di
emigranti italiani che nei primi decenni del secolo scorso sono scappati dalla
povertà e dalla fame per cercare fortuna proprio in Argentina, dove le terra
veniva regalata, solo a patto che qualcuno la coltivasse. E adesso che le parti
si stavano drammaticamente invertendo, le nostre frontiere si chiudevano a
riccio. Certo detta così è un po’ semplicistica, ma mi sentii comunque a
disagio.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Dopo un mese circa, alla fine di uno splendido viaggio
intorno all’Aconcagua, a Santiago del Cile, nel Deserto di Atacama (altro libro
di Sepùlveda, “Historias marginales”, tradotto in italiano in “Le rose di
Atacama”), mi ritrovai ancora a Buenos Aires, a condividere una stanza
d’albergo con una ragazza di Roma conosciuta sull’aereo partito da Cordoba. La
situazione era migliorata, ma la tensione era ancora altissima, un vero e
proprio brigantaggio della disperazione serpeggiava per la città. Per evitare
rapine e coltellate assortite (i turisti erano ovviamente le vittime preferite...) escogitai il trucchetto di vestirmi nel modo più
anonimo, comprare un giornale qualunque, ficcarmelo bello in vista sotto il
braccio e camminare lungo le vie del centro (gli sterminati quartieri esterni
erano terra di nessuno, pertanto vietati a chi non fosse adeguatamente armato),
facendo finta di essere un “portenho” doc (mi aiutava molto anche
l’abbronzatura). Speravo solo che nessuno mi costringesse a parlare, dato che
il mio spagnolo consisteva nell’aggiungere la esse al fondo delle parole
italiane.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Mi trovai davanti alla Casa Rosada, la caratteristica
residenza presidenziale colorata di rosa molto fru fru. Due anni prima davanti
alla facciata c’era un meraviglioso presepe gigante, adesso una distesa di transenne
e poliziotti. Impossibile avvicinarsi a meno di venti metri. Nell’ampia piazza
davanti al palazzo una scena agghiacciante: una serie di sagome di forma umana
allineate sul porfido, disegnate con il gesso così come fanno quando muore
qualcuno sulla strada, ed in ciascuna di esse era scritto il nome di uno dei
ministri.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Lo sfondo musicale era dato dal ritmico sbattere dei
coperchi e delle pentole imbracciate dalle donne di Buenos Aires, che in
processione protestavano in ogni dove rumoreggiando contro la mancanza di
tutto. Il denaro era razionato, le banche non permettevano ai legittimi
proprietari dei valori di prelevarli per salvare almeno il salvabile. Davanti
agli sportelli si formavano code immense mentre io, morendo dalla vergogna e
dalla paura, me ne andavo bello bello al bancomat internazionale lì accanto e
prelevavo tutti i dollari che volevo, con tanto di ringraziamenti scritti sul
video in cinque lingue.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Fu un’esperienza forte, che mi lasciò l’amaro in bocca
finché non tornai per la terza volta a Buenos Aires, un paio di anni fa, quando
ho trovato una città nuovamente magnifica ed un peso argentino decisamente più
alla portata dell’euro, essendosi nel frattempo svalutato di tre o quattro
volte rispetto al dollaro americano.&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;

&lt;p class="MsoNormal"&gt;Adesso e tardi, ma già che sono qui davanti al computer,
quasi quasi rimetto su Butch Cassidy e me lo guardo un’altra volta…&lt;/p&gt;

&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=117" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Treni e delitti</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/10/16/treni-e-delitti.aspx</link><pubDate>Thu, 16 Oct 2008 08:14:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:116</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;Ore 17.45, stazione. Al binario 17 sta partendo il treno che dovrebbe riportarmi a casa. Timbro il biglietto, faccio un passo verso l&amp;#39;ultimo vagone, ma le porte si chiudono e il convoglio parte, proprio davanti al mio naso. Puntualità perfetta, nemmeno un secondo di ritardo, sarà la prima volta che capita negli ultimi 15 anni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;!!!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guardo il tabellone, il prossimo treno è alle 18.40. Che faccio? Vado da Feltrinelli a lasciare un po&amp;#39; di moneta...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E così me ne vado per le vie del centro fino al grosso negozio di musica e libri. Compro (in ordine alfabetico) Caparezza, Caparezza (sono proprio due dischi...), Capossela, Gogol Bordello (musica), Mary Shelley e Giulio Verne (libri). Il problema è sempre quello di trovare i Gogol Bordello: non sai mai dove li mettono! Pop rock? Internazionale? Nuove tendenze? Hard rock? No, no, no, no. E mentre comincio a bestemmiare girando per gli scaffali (naturalmente di chiedere al personale non se ne parla neanche), trovo una sezioncina &amp;quot;Punk&amp;quot; con un unico disco dei Bordello, guarda caso quello che stavo cercando (&amp;quot;Super Taranta&amp;quot;, un titolo un programma, conoscendo il genere...). Avviandomi alle casse arraffo anche la Moleskine del 2009 (chi non sapesse cos&amp;#39;è vuol dire che non si è mai letto &amp;quot;Patagonia Express&amp;quot; di Sepulveda e non merita pertanto nessuna spiegazione, bensì 15 anni di carcere). La cassiera capisce al volo che sono un potenziale ottimo cliente e me la mena con la tessera fedeltà. Intanto la diffusione interna propone &amp;quot;Baratto&amp;quot; di Renato Zero (&amp;quot;Erozero&amp;quot;, 1979). Resto basito, saranno vent&amp;#39;anni che non la sento... &amp;quot;Con questa musica torniamo bambini...&amp;quot; dico alla cassiera, coinvolgendola con un arrischiato plurale in una complicità anagrafica. Lei, forse per scongiurare possibili rischi di tacchinaggi a sfondo musicale (o forse solo perché sono le sei e mezza di sera e ne ha le palle piene), si limita a sorridere rispondendo &amp;quot;e già!&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi smonta un po&amp;#39;, così non le dico che &amp;quot;Erozero&amp;quot; è stata la prima &amp;quot;musicassetta&amp;quot; che ho posseduto nella mia vita (peraltro in comproprietà con mia sorella), comprata da mio padre insieme al primo mangianastri Panasonic, svolta epocale nella mia giovane vita di allora. Tempi in cui la duplicazione della musica consisteva nel mettere due mangianastri uno contro l&amp;#39;altro, uno col play e l&amp;#39;altro col rec, e quello che veniva fuori era un orribile suono in mono sul quale, però, siamo cresciuti sani e forti tutti quanti. &amp;quot;Erozero&amp;quot;, capisci bella cassiera? sei lì che hai solo quella cassetta e passi il giorno a sentirla avanti e indietro, lato A lato B lato A lato B, e sei felice, con quelle canzoni forse un po&amp;#39; precoci sia rispetto ai tempi che rispetto alla mia età (Fermoposta, Baratto, RH negativo...). Tutto serve a plasmare un carattere strano... No perché che io abbia un carattere strano è pacifico, chiedi a chi vuoi, ed è anche vero (questo te lo dico io) che tutta la mia vita è andata avanti a suon di musica, ogni periodo ha la sua canzone, ogni ricordo il suo ritornello. Pensa che mia madre ad un certo punto si è messa ad ascoltare le canzoni di Vasco Rossi per cercare la chiave per aprire la corazza che mi resisteva intorno... E alla fine le piacevano, sai? A volte me la trovavo intorno che canticchiava &amp;quot;Siamo solo nooooooooi!&amp;quot; ed io mi sentivo addirittura un po&amp;#39; a disagio, chissà perché...&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tutto questo la cassiera non lo saprà mai, me lo sono raccontato mentre la carta di credito mi impoveriva di 92 euro e rotti. Esco con il sacchetto pieno di cose, suona l&amp;#39;allarme antifurto sulla porta, mi volto ma nessuno mi considera, me ne vado. Trotto verso la stazione, ma la vetrina di una gelateria mi catalizza la vista e le papille gustative, entro filato e chiedo un euro e ottanta di cono cassata siciliana e crema. Va detto che io preferisco la coppetta, perché detesto le colature appiccicose sulle mani che ti costringono a mangiare il gelato come se fosse una gara a chi fa più veloce (tu a gelarti l&amp;#39;esofago o il gelato a colarti sulle mani). Ma adesso ho una mano impegnata dal sacchetto, quindi propendo per il cono.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Arrivo in stazione con l&amp;#39;esofago gelato e la mano appiccicosa (ha vinto il gelato...). Torno al binario 17. Mentre mi avvicino al mio treno, quello chiude le porte e se ne va.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Comincio vagamente a sentirmi un idiota.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guardo ancora il tabellone: il prossimo treno è alle 20.20. Questa volta non mollo la stazione, mi limito a comprare una coca cola al chiosco. Il treno arriva, ci monto sopra e attacco Giulio Verne, &amp;quot;Viaggio al centro della terra&amp;quot;, l&amp;#39;ho letto trent&amp;#39;anni fa, non lo ricordo più. Scopro in Giulio Verne uno stile molto interessante, simile in certi tratti a quello di Jerome K. Jerome di &amp;quot;Tre uomini in barca&amp;quot;. Mi appassiono subito.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guardo l&amp;#39;ora e sono le 20.25. Il treno non si muove. Le litanie salgono alle labbra da sole, potete capire: i due treni prima sono partiti spaccando il secondo (e così li ho persi), questo che se si desse una mossa ci farebbe tutti felici resta qui...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sale un tipo molto erudito che, urlando nel cellulare, dice che c&amp;#39;è stato un incidente sulla linea, qualcuno è finito sotto un treno, adesso è tutto fermo perché deve arrivare il magistrato eccetera. Intanto si guarda compiaciuto intorno per accertarsi che tutti abbiano sentito e lo stiano guardando a bocca aperta. Io personalmente si.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La notizia corre veloce sui vagoni immobili, pare che una tizia (ma potrebbe essere anche un tizio) si sia buttata (o sia caduta) sotto un treno, forse addirittura questo mentre veniva giù oddiiio!!!.I gestori della telefonia mobile godono all&amp;#39;impazzata. TUTTI stanno telefonando.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Ciao mamma, ascolta... no, sono ancora qui... bo? Si deve essere buttato uno sotto il treno... E che ne so.... Te lo dico, ciao&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Eh, c&amp;#39;è stato un deragliamento sulla linea, dev&amp;#39;essere morta un sacco di gente, non so quando ci fanno partire...&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Mamma, guarda dalla finestra se vedi qualcosa alla stazione, che se ne è buttato uno sotto il treno...&amp;quot; (questo abita attaccato ai binari, bella sfortuna!).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma la più bella è la vecchia veneta (sono ossessionato dai vecchi e dai veneti) che parla, sempre al telefono, con il figlio: &amp;quot;... ad ogni modo, si è buttata questa tizia sotto il treno, siamo fermi qua, ma quale pulman, figurati se ci mettono il pulman, ci fanno morire qui... ma si, si è buttata, una cosa orribile, pezzi dappertutto...&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pezzi dappertutto! E chi te l&amp;#39;ha detto? Ma chi sei, Asia Argento travestita da vecchia? Ovviamente la mia attenzione adesso è tutta per lei, che sta parlando eccitata con un&amp;#39;altra vecchia: &amp;quot;è già successo, proprio lì in quella stessa stazione, sarà tre anni fa, era un prete che era finito sotto, ma quello non l&amp;#39;aveva fatto apposta. Gesù, l&amp;#39;aveva sfracellato, c&amp;#39;erano pezzi sparsi per tutta la stazione, non mi faccia pensare!&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Capito tutto...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Me lo ricordo bene, casualmente e mio malgrado mi ci trovai in mezzo, non è stato un bello spettacolo: quella sera sono sceso dal treno, poi mi sono incamminato sulla banchina verso l&amp;#39;uscita della stazione, mani in tasca e sguardo basso (mi piace contare gli sputi sui marciapiede...). Il treno è ripartito e mi è sfilato accanto. Quando è finito la coda dell&amp;#39;occhio ha notato uno strano involto sui binari. Ho pensato ad un sacco di spazzatura e mi sono stupito che il degrado delle ferrovie potesse arrivare a tanto... Poi, buttando l&amp;#39;occhio, ho visto che dall&amp;#39;involto spuntava una mano, irrealmente gonfia ma proprio una mano, e l&amp;#39;involto stesso poteva sembrare un impermeabile. &amp;quot;Hei, ma lì c&amp;#39;è uno morto!&amp;quot; ho gridato piuttosto agitato. Intorno si è scatenato il panico: chi sveniva, chi gridava, chi scappava. Io sono filato al bar lì vicino dove conosco il gestore e con lui sono tornato con un paio di tovaglie di carta, giusto per coprire lo spettacolino macabro. Da vicino era pazzesco: sembrava un cartone animato, il corpo dell&amp;#39;uomo era spianato all&amp;#39;altezza del fianco e seguiva fedelmente il profilo del binario, dove le ruote del treno lo avevano di fatto trafilato. Ma era tutto lì, nemmeno un pezzettino si era sparso in giro per la stazione... Risultò poi un religioso con qualche problema, che aveva attraversato i binari senza curarsi che stessero arrivando ben due convogli, uno per direzione. E si sa che se ti sbatte addosso un treno facilmente muori...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La vecchia veneta racconta all&amp;#39;altra vecchia che non sa come andare a casa. Chissà a che ora arriverà il treno, le coincidenze con i pullman saranno tutte saltate. Scende alla mia stazione e abita lungo la strada che faccio io con l&amp;#39;auto, mi basterebbe dirle &amp;quot;L&amp;#39;accompagno io, non si preoccupi&amp;quot; ma non lo faccio, come dice la canzone &amp;quot;Sopravvivo senza motivo, prima ero gentile ora sono cattivo&amp;quot;, e così impara a raccontare frottole sui treni... &lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=116" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>I Laghi dell'Albergian, lungo la tappa D39</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/09/29/i-laghi-dell-albergian-lungo-la-tappa-d39.aspx</link><pubDate>Mon, 29 Sep 2008 06:17:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:114</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;Ieri era domenica, ma la sveglia ha suonato alla stessa ora degli altri giorni, solo che più passa il tempo e più la notte è ancora fonda. Mi sono svegliato con un&amp;#39;immagine singolare, osservata qualche giorno fa dall&amp;#39;automobile: due anziane signore bellamente in posa che si facevano fotografare da una terza anziana signora nel piazzale di un distributore di benzina di un insignificante paesello. Grande espressione dell&amp;#39;arte decadente, degna di un film di Fantozzi, lì per lì ho pensato a quanto fosse bello che ci fosse così tanta differenza tra gli esseri umani anche solo nella definizione di &amp;quot;paesaggio interessante&amp;quot;!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Concentrato in queste bucoliche riflessioni ho messo sù un po&amp;#39; di musica, mentre barcollando giravo per casa accendendo le luci.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sceso in cucina mi sono dedicato al primo rito della giornata: scolarmi beato il flaconcino di fermenti lattici, quelli comprati al supermercato che, risaputamente, non servono assolutamente a niente ma che sono dannatamente buoni! Ora come ora ne ho una scorta al gusto arancio, ne consiglio la prova.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alle 7,30 sono a casa di un amico, alle otto siamo al solito posto di ritrovo. Facciamo due macchine, in tutto siamo in nove, dirigiamo verso Fenestrelle. Superato il paese deviamo verso il villaggio di Laux, dove lasciamo le auto. La meta sono i Laghi dell&amp;#39;Albergian, nella parte alta dell&amp;#39;omonimo vallone. Lungo lo stesso percorso passa la tappa D39 di Via Alpina, che, in realtà, parte da Usseaux, attraversa la Statale del Sestriere e scende a Laux. Da qui seguiamo una lunga strada sterrata che sale alla Bergeria del Laux. Ricordo, molti anni fa, che questa strada non c&amp;#39;era ed il vallone era percorso integralmente da una mulattiera militare. A quel tempo venir giù dal Colle dell&amp;#39;Albergian a Laux era considerata una delle discese in mountain bike più belle in assoluto. Mi sembra di parlare di altre ere geologiche...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oltre la Bergeria, ancora densamente popolata di mucche al pascolo, continuiamo sul vecchio sentiero, sempre ben evidente nonostante i guai alluvionali che anche qui si son fatti vedere a seguito, probabilmente, dei due mesi di pioggia a inizio stagione. L&amp;#39;ambiente si fa sempre più bello, aperto e panoramico. Io me ne sto abbastanza per i fatti miei, o molto avanti o molto indietro, ostentando una sociofobia che ormai è cronica. Però è bello sapere che gli amici sono lì vicino, consci delle mie paranoie caratteriali ma sempre pronti a fare ciò che ci si aspetta dalle persone speciali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ad un tratto di un lungo traverso, ormai in vista del Colle dell&amp;#39;Albergian, deviamo verso sinistra, seguendo un&amp;#39;indicazione per i Laghi dell&amp;#39;Albergian (e abbandonando la Via Alpina, che, valicato il colle, scende a Balsiglia, nel Vallone di Massello). Così saliamo al Ricovero Laghi dell&amp;#39;Albergian, una grande caserma diroccata, messa in splendida posizione. Appena lì sopra c&amp;#39;è il primo lago, piuttosto ampio, circondato per circa un terzo da un bel prato al sole, dove troviamo un pietrone piatto che sembra proprio un tavolo! Al solito salta fuori un banchetto degno di un desco reale, che impegna tutti quanti per lungo tempo. Io, che non posso praticamente mangiare niente né bere niente, sostanzialmente guardo, evitandomi un sovraccarico di salumi, formaggi e roba unta, e ritrovandomi alla fine in perfetta salute e depresso...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Segue il meritato sonnellino sul prato che aiuta la digestione ma predispone anche alle idee bislacche: sfidando le gambe legnose, il fiatone ed i palesi sintomi dell&amp;#39;infarto decidiamo, quasi tutti, di proseguire verso i laghi più alti. Purtroppo di questi è rimasto poco, solo il più alto è ancora lì, piuttosto &amp;quot;magro&amp;quot; e gelato per circa due terzi della superficie. Ma visto che siamo qui, perché non proseguire fino al colle lassù, giusto per vedere cosa c&amp;#39;è dall&amp;#39;altra parte? (&amp;quot;One step beyond&amp;quot;, appunto...). E così caracolliamo ancora fino ai 2676 metri di questo anonimo colle, che si affaccia su un vallone impervio e inospitale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non ci resta che tornare indietro, seguendo, sotto il Ricovero Laghi dell&amp;#39;Albergian, un altro percorso, da questa parte del vallone, fino alla Bergeria dell&amp;#39;Albergian, per poi tornare sull&amp;#39;itinerario di salita (e sul tracciato di Via Alpina). Alla fine ci siamo fatti più di 1300 metri di dislivello, sempre in ambiente molto bello, accompagnati da una bella giornata di sole.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Resta il tempo, ormai nell&amp;#39;oscurità, di fermarmi a cena da un paio di amici, prima di risalire a casa per godermi l&amp;#39;acqua calda prodotta dalla caldaia nuova. E poi una bella dormita che, prima volta dopo mesi, si è protratta fino alle sei di questa mattina senza interruzioni. Camminare fa bene... &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=114" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Ancora sul treno</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/09/24/ancora-sul-treno.aspx</link><pubDate>Wed, 24 Sep 2008 06:25:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:112</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;Oggi il viaggetto sul treno per scendere fin nella città è stato più movimentato del solito: sono salito canticchiando versi rivoluzionari risalenti agli anni &amp;#39;80 del secolo scorso, quando era ancora bello credere collettivamente in qualcosa. E così non ho badato a dove mi stavo sedendo... Davanti a me due signore, che ad una rapida ricognizione visiva non lasciavano dubbi: beghine doc! Ovvero di quelle che parlano ESCLUSIVAMENTE di nostro signore e di tutto ciò che lì intorno ruota. L&amp;#39;atmosfera era quella tipica di due che si ritrovano a parlare dei loro parenti appena morti ammazzati, tutto era tristezza e dolore compiaciuto: lo sguardo, la voce, i gesti... Parlavano di ritiri spirituali, percorsi di ricerca della fede, catechismi per adulti e piccini, seminari... Il tutto animato da persone legate alla chiesa definite puntualmente splendide, le stesse persone, note sul territorio, che anch&amp;#39;io conosco e che ho sempre annoverato nell&amp;#39;ambito dei delinquenti (chissà perché!).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Accanto a noi, oltre il corridoio, c&amp;#39;erano due giovanotti che andavano a scuola. E se le due signore si frustavano cercando la fede, quei due stavano bellamente cercando qualcosa d&amp;#39;altro, che sempre comincia per effe e che, per tanti, è comunque una fede. E le argomentazioni che stavano intorno alla loro personale ricerca stridevano in modo assai divertente, per concetti ed espressioni, con le litanie delle mie compagne di sedile.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi è venuto di chiedere alla più tragica delle signore se le era mai capitato, nel corso della sua vita, di ridere o anche solo di sorridere, ma poi ho temuto che quella mi rispondesse con una predica ad personam, ed ho lasciato perdere...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E così me ne son rimasto lì, a far finta di guardare fuori dal finestrino, con le mani sapientemente nascoste sotto la giacca ma atteggiate nel gesto scaramantico più vecchio del mondo (ovvero aggrappate alle palle...), recitandomi in privato il motto che fu di grandi personaggi: &amp;quot;nessun dio, nessun re, nessun padrone&amp;quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ed il pensiero è andato all&amp;#39;utopica guerra contro le croci sulle punte delle montagne, che io solitamente utilizzo blasfemicamente per simulare improvvisate crocefissioni che, a tratti, finiscono sulle fotografie nella categoria &amp;quot;goliardate&amp;quot;. E mi è tornato in mente un fumetto piuttosto spinto, apparso sulle pagine della Rivista della Montagna, dove un gruppo di giovanotti oratoriali guidati dal solito parroco venivano inceneriti da un fulmine mentre pregavano spaventati intorno alla croce di vetta di un qualche monte per chiedere la fine del temporale, mentre l&amp;#39;unico che si salvava era quello che si era fregato i panini dei compagni e si era allontanato per la vergogna...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Già già... perché, al di là del fattore spirituale, le croci sono quasi sempre fatte di ferro, un materiale che in punta alle montagne non dovrebbe esserci per nessuna ragione al mondo. Chi si è trovato nel bel mezzo di un temporale in quota sa bene come si impara a correre veloci per allontanarsi da croci, residui bellici e cose varie, così come si impara a buttare ben lontano piccozze, moschettoni e chiodi da ghiaccio quando iniziano a &amp;quot;friggere&amp;quot; e ti si drizzano i capelli in testa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma intanto il treno è arrivato nella grande stazione della città, il fiume di pendolari sta già invadendo il marciapiede, ciascuno impegnato nella sua ricerca. E io cosa cerco oggi? Chissà, ho tutto il giorno per &amp;quot;cercare&amp;quot; una risposta convincente... &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=112" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Sfiorando la tappa D41 in Val Chisone</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/09/22/sfiorando-la-tappa-d41-in-val-chisone.aspx</link><pubDate>Mon, 22 Sep 2008 06:21:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:109</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;La meteo non promette niente di buono, anche se rimane in quel limbo di incertezza che, di fatto, potrebbe giustificare qualunque evoluzione del tempo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo qualche solita telefonata, questa volta non parto solo, siamo addirittura in dieci. All&amp;#39;alba il cielo è plumbeo, ma non fa molto freddo. Arriviamo al punto di ritrovo che il bar sta tirando su le saracinesche. Mentre aspettiamo teniamo d&amp;#39;occhio l&amp;#39;entrata: nessun avventore! E allora non si entra, il caffè farà schifo, la macchina deve &amp;quot;farsi&amp;quot;, una regola fondamentale dice che non bisogna MAI bere il primo caffè della giornata in un bar.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ci compattiamo in due auto e partiamo alla volta della Val Chisone. La mia autoradio suona i CCCP, passiamo dall&amp;#39;inno nazionale russo distorto con la chitarra elettrica al vecchio mantra &amp;quot;non studio non lavoro non guardo la tivù non vado al cinema non faccio sport&amp;quot; ripetuto ossessivamente da Giovanni Ferretti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sosta a Perrero per il caffè, servito con tanto di caramellina al cioccolato, poi proseguiamo per Prali e continuiamo sulla strada sterrata che ci porta alle Miande Bou du Col, un bell&amp;#39;alpeggio posto lungo la tappa D41 di Via Alpina. Ci accoglie un cane malconcio, zoppo e spelacchiato, che sta lì a guardarci e intanto abbaia. La Via Alpina prosegue lungo la strada sterrata verso il Rifugio Lago Verde, mentre noi prendiamo il sentiero 210 alla volta del Gran Queyron, un picco a 3060 metri che si affaccia sul Parco del Queyras, in Francia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il primo tratto, dopo il guado del torrente Germanasca, sale nel bosco. Troviamo presto il sole e possiamo toglierci i vari strati di abbigliamento che a questo punto sono eccessivi. Dopo una strana cengia che taglia a mezzacosta il ripidissimo versante affacciato sul fondovalle, il sentiero raggiunge un poggio che si apre su di una valle molto bella, percorsa da torrentelli e delimitata da boschi fitti. Sopra di noi, invece, la vegetazione è bassa e scarna, tipica delle quote più alte.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo un breve tratto pianeggiante ricominciamo a salire su un ripido pendio, fortunatamente disseminato di mirtilli maturi, dei quali possiamo rimpinzarci senza perdono. Il cielo è coperto a metà dalle nuvole, ma il sole riesce ad infilarci sotto i suoi raggi, regalando all&amp;#39;insieme una luce spettacolare, che incendia i colori del mondo che intanto iniziano a scaldarsi d&amp;#39;autunno... ottimi scenari per le fotografie di rito, che quest&amp;#39;oggi vedono come protagonisti d&amp;#39;eccezione nove persone, ritratte davanti, dietro, da sopra e da sotto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alla fine finiscono i ***, i rododendri ed i mirtilli e tutto diventa pietraia, per gli ultimi tornanti sotto il Passo Frappier (2891 m), affacciato sulla parte alta della Valle Argentera. Sull&amp;#39;altro versante vediamo lunghi tratti dello stradino che porta al Rifugio Lago Verde.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un breve tratto in cresta ci consente di raggiungere una vecchia casermetta diroccata, provvista di portico con balaustra e tutto, dove fino a poco prima del nostro arrivo abitavano un paio di grossi stambecchi con rispettive famiglie, che ci stavano osservando da tempo e che solo all&amp;#39;ultimo si sono allontanati con un certo atteggiamento che si potrebbe definire scocciato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il Gran Queyron è lì sopra, una distesa di roccie grigie coperte dalla prima neve dell&amp;#39;anno. Solo alcuni di noi vivono il mito della vetta a tutti i costi e pertanto partono alla conquista della croce montata sul cocuzzolo lassù. Gli altri rimangono stravaccati contro il muro della casermetta, a godersi il sole che va e viene e ad apparecchiare per il pranzo: dagli zaini salta fuori ogni ben di dio, compresa una bottiglia di dolcetto e due bottiglie di birra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo mangiato si lascia lo spazio al sonnellino, prima di iniziare a scendere. Molti di noi propendono per un percorso alternativo, che dovrebbe servire ad esplorare una possibile gita di scialpinismo. Io, che vedo più lungo di tutti (:-)), prevedo infognamenti vari e decido di scendere da dove sono salito, tanto per non sbagliare. Un paio del gruppo mi seguono. Riusciamo a mangiarci ancora una bella dose di mirtilli e ad arrivare alla macchina con mezz&amp;#39;ora di anticipo sugli altri, che in effetti si sono messi in condizione di trovare lungo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;All&amp;#39;alpeggio Bou du Col compriamo l&amp;#39;unica toma che hanno in vendita, poi ce ne torniamo a casa, chiacchierando sui massimi sistemi dello sviluppo turistico delle nostre valli e ragionando sul perché tale sviluppo non ha possibilità di riuscire. Argomentazioni molto positive e motivanti, per uno come me che si occupa di sviluppo locale...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E va bè, questa volta non porto a casa molti dati su Via Alpina, ma almeno ho capito cos&amp;#39;è questo &amp;quot;Bou du Col&amp;quot; di cui tanto si è parlato durante il progetto. E poi il mondo è grande, ci sono tante belle cose da vedere, in linea, tra l&amp;#39;altro, con lo &amp;quot;spirito&amp;quot; di Via Alpina.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;quot;Andare in montagna è così splendidamente inutile e vano che dobbiamo farlo&amp;quot;, disse un giorno uno che la sapeva lunga. E forse può anche servire a contrastare, in qualche modo, l&amp;#39;agghiacciante constatazione, mutuata dagli scritti di Alessandro Baricco, che dice &amp;quot;si ritrovò ad avere 40 anni e nessun motivo per stare al mondo&amp;quot;. Tanto per finirla un po&amp;#39; depressa....&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=109" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Bighellonando con Colombano Romean</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/09/10/bighellonando-con-colombano-romean.aspx</link><pubDate>Wed, 10 Sep 2008 06:17:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:105</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;Questa volta la tenda la monto in un parcheggio. C&amp;#39;è la luna piena, che a volte salta fuori da dietro le nuvole che corrono veloci. Ancora una volta sono accanto all&amp;#39;auto, tanto che uno dei tiranti lo lego direttamente al cerchione di una ruota.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Piove tutta la notte. E&amp;#39; bello starsene in tenda quando piove: il ticchettio delle gocce sui teli concilia bene il sonno. Quando diluvia, però, quel ticchettio diventa un boato e sembra di star dentro una lavatrice, e di dormire non se ne parla...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Finalmente la smette che saranno le quattro di mattina, un paio d&amp;#39;ore dopo esco fuori e scopro un cielo bello sereno. Neanche a dirlo fa un freddo cane. Il rifugio Levi-Molinari è troppo lontano, così mi riduco a mangiare un pacco di biscotti mentre saltello per scaldarmi, poi parto deciso. L&amp;#39;obiettivo è quello di salire al rifugio Vaccarone dal Passo Clopaca, per poi tornare qui alle Grange della Valle (ed al già citato rifugio Levi-Molinari, che è appena lì sopra) seguendo il percorso della Via Alpina, tappa D36. Tra l&amp;#39;altro inauguro la macchina fotografica nuova, a fine giornata conterò 350 scatti o giù di lì, fortuna che sono solo, immagino che se qualcuno fosse con me mi avrebbe ammazzato a seguito di crisi isterica: ho fotografato tutto! Panorami, fiori, pietre, licheni, escrementi di mucca (l&amp;#39;avevo scritta più volgare, ma il sistema qui mi ha censurato, pensa te!), cartelli, asini, catapecchie, nuvole, soli...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La salita al Passo Clopaca è piacevole, il sentiero si arrampica lungo un pendio decisamente ripido ma, a parte il primo tratto nel bosco, si allarga su ampi mezzacosta per nulla faticosi. Il Passo Clopaca è un passo per modo di dire: si tratta infatti di un prato pianeggiante, molto panoramico ma privo del classico avvallamento pronunciato che uno si aspetterebbe, appunto, su un passo. Da lì un lunghissimo traverso, praticamente in piano, raggiunge il Rifugio Vaccarone. Lungo il cammino il tempo si guasta e prendo, nell&amp;#39;ordine, grandine, neve, vento, grandine, vento, vento e vento. Fa un freddo dell&amp;#39;accidenti, fortuna che ho con me guanti e berretto e abbigliamento serio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Al Vaccarone trovo un tizio che vaga intorno al rifugio, recitando una litania di insolenze che non penso sia il caso di riprodurre: guarda caso sta seguendo la Via Alpina, nel vento mi urla che è partito da non so dove qualche giorno fa, oggi si è fatto regolarmente la tappa D35, ma adesso non sa bene come fare a raggiungere il Levi-Molinari senza metterci un&amp;#39;eternità (al momento l&amp;#39;alternativa più logica al fatto che il Vaccarone è chiuso è appunto quella di fare in giornata dal Piccolo Moncenisio al Levi). Gli consiglio di scendere dal sentiero che ho appena fatto io, che mi pare più veloce piuttosto che il giro più largo previsto da Via Alpina. Mi saluta e se ne va, dopo pochi passi una nuvola impazzita lo inghiotte, sono di nuovo solo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ancora una volta devo constatare che le carte della serie Alpi Senza Frontiere non sono così precise come ci si aspetterebbe: il sentiero che scende verso il Lago del Gias è segnato da tutt&amp;#39;altra parte rispetto alla realtà. Peccato. Dopo qualche bel giro a vuoto nella bufera trovo la strada giusta che, per la cronaca, parte proprio dietro al rifugio, in prossimità della struttura nuova che stanno costruendo. Non esiste nessuna indicazione, il sentiero non è molto evidente, &amp;quot;io speriamo che me la cavo&amp;quot;! Lungo la discesa trovo qualche sbiaditissimo segnavia, ma le cose migliorano assai una volta raggiunto il Ricovero del Gias: lì, infatti, arriva una mulattiera militare, di quelle che hanno superato i decenni traballando solo un po&amp;#39; sotto i colpi inclementi del tempo e dell&amp;#39;incuria, a testimoniare la perizia immensa di chi si è rotto la schiena per costruire opere destinate ad ammazzare quelli che si erano rotti la schiena per salire dall&amp;#39;altra parte della stessa montagna... Strane creature gli uomini!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Scendo al Lago del Gias, che di lago non ha più neanche l&amp;#39;ombra (mancando un elemento fondamentale nella definizione di &amp;quot;lago&amp;quot;, ovvero l&amp;#39;acqua).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La morfologia qui è molto complessa, l&amp;#39;ex strada militare (per lunghi tratti riassorbita dalla natura implacabile) serpeggia seguendo sapientemente vallette e dorsali. A tratti spuntano ponticelli, tornanti sostenuti da muri a secco meravigliosi, lastricati e paracarri in pietra... Complessivamente, tuttavia, non è facile seguire il percorso, la segnaletica è molto scarsa e molto vecchia, mentre l&amp;#39;erba rigogliosa rende difficile individuare il piano di calpestio. Di fatto &amp;quot;manco&amp;quot; il bivio per le grange Gianuva e di Valentino, e prendo invece una variante diretta che mi fa scendere in fretta sul fondo del Vallone di Tiraculo, a pochi passi dalle grange Thuille, un grosso agglomerato di vecchie baite diroccate, spettralmente abbandonate. Lì sopra incombono le pareti rocciose contorte e sforacchiate dei Denti di Chiomonte. Da qualche parte ci deve essere l&amp;#39;uscita del &amp;quot;Buco di Romean&amp;quot;, l&amp;#39;incredibile opera idraulica scavata qualche secolo fa da un uomo solo (Colombano Romean, appunto) per portare l&amp;#39;acqua del Vallone di Tiraculo sull&amp;#39;altro versante, diversamente arido. Se l&amp;#39;opera di Colombano è incredibile, risulta altrettanto incredibile il fatto che non ci sia neanche una frecciolina che indichi il sito. Fortunatamente il mio occhio di lince (!!!) ha individuato, durante la discesa, una linea orizzontale sul versante, che aveva tutta l&amp;#39;aria di rappresentare una &amp;quot;bealera&amp;quot;, ovvero il canale di raccolta dell&amp;#39;acqua dal torrente. Punto quindi verso la fine di quella linea, e infatti trovo una grata di ferro che copre un tombino, nel quale scroscia l&amp;#39;acqua di un ruscelletto che arriva giù dalla bastionata rocciosa. Tutt&amp;#39;intorno manufatti in cemento, poco belli da vedere ma testimoni del fatto che l&amp;#39;opera, a distanza di secoli, continua a servire secondo il suo scopo originario.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tornato alle grange Thuille supero un breve tratto in salita, che aggira le bastionate rocciose e raggiunge l&amp;#39;ultimo roccione, proprio sulla cresta, che rappresenta la massima elevazione della Cima Quattro Denti: panorami sterminati e arrampicate spericolate (sempre nel vento impetuoso) per andare a fotografare la madonnina cementata sul cocuzzolo del masso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ormai sono in Val di Susa, e non mi resta che percorrere il lunghissimo traverso che mi riporterà alle Grange della Valle ed al rifugio Levi-Molinari. Dopo pochi minuti raggiungo l&amp;#39;imbocco del Buco di Romean da questo versante, questa volta ben segnalato e provvisto di targa e tutto il resto. In effetti, se di là il tutto è limitato ad un buco per terra, qui c&amp;#39;è proprio la galleria scavata nella roccia, nella quale si può pure entrare (a fare che? FOTO!!!), mentre fuori c&amp;#39;è tutto l&amp;#39;ingegnoso sistema per dividere equamente l&amp;#39;acqua nelle due bealere che vanno di qua e di la lungo il versante della montagna.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mi stravacco sull&amp;#39;erba e mi godo due bei panini speck e formaggio, mentre osservo i puntini delle auto che serpeggiano laggiù sull&amp;#39;autostrata. Un po&amp;#39; più in su nel fondovalle si scorge il Forte di Exilles, bello e poderoso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Riparto, seguendo un tratto del Sentiero Balcone, che taglia a mezzacosta il ripido pendio. Non molto agevole, il sentiero è comunque evidente e tranquillo, nonché panoramico. Arrivo alle grange Clot di Brun, raggiunte da una strada sterrata. Poco oltre una deviazione consente di raggiungere le Grange della Valle, una bella frazione abbarbicata sul pendio al sole, ben protetta da un costone roccioso. Continuando per qualche minuto su per il vallone si può raggiungere il rifugio Levi-Molinari, meta finale della tappa. Io invece dirigo gli scarponi impolverati verso il parcheggio un po&amp;#39; più in là. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mentre raggiungo la macchina si rimette a piovigginare, ma ormai è fatta e non mi importa più. Torno verso casa, la luna è ancora piena, il GPS è carico di dati che devono essere scaricati ed elaborati, ci penserò domani... &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=105" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Lungo la Via al Moncenisio</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/09/01/lungo-la-via-al-moncenisio.aspx</link><pubDate>Mon, 01 Sep 2008 14:34:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:104</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;sembra strano, ma chi lavora per anni su un progetto, poi di quel progetto ne sa meno di tutti... Personalmente la Via Alpina la conosco in termini &amp;quot;virtuali&amp;quot;, ma non è che ci sono andato poi tanto direttamente sui sentieri. E così ho approfittato di qualche domenica di cielo terso e sono partito, ovviamente da solo, ovviamente con il GPS e la macchina fotografica.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono arrivato un sabato sera molto tardi al Colle del Moncenisio, ho proseguito verso il Piccolo Moncenisio e ho montato la tenda di fianco alla strada, di fianco all&amp;#39;auto. Alle sei di mattina faceva un freddo cane, ho smontato veloce e sono filato al Rifugio del Piccolo Moncenisio. &amp;quot;Parli in italiano?&amp;quot; ho chiesto al gestore (è quasi tutto quel che so dire in francese...). &amp;quot;No, sei tu che parli in francese!&amp;quot;, mi ha risposto lui. &amp;quot;Petitdegiunè&amp;quot; ho tirato fuori io. &amp;quot;Tutto lì? Ma allora non ci sono problemi, ci capiamo benissimo... Siediti lì&amp;quot; mi risponde il gestore. Mi porta una colazione con fiocchi e controfiocchi (se si esclude il caffè, ma lì ci vorrebbe una risoluzione dell&amp;#39;Onu, che vietasse la preparazione del caffè su tutto il territorio francese: non lo sanno proprio preparare!), quindi parto alla volta del Colle delle Savine. Non faccio il giro dal Colle del Piccolo Moncenisio, anche perché significa camminare per mezz&amp;#39;ora sulla strada asfaltata. Prendo invece un bel sentiero che sale verso una serie di laghetti molto belli e poi scende nel Vallone delle Savine. Da lì al Colle nessun problema, solo bei panorami e tanti spunti per le foto. Solo nessuna traccia della segnaletica Via Alpina...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;Al Colle delle Savine trovo invece la segnaletica Via Alpina italiana, quella installata dalle Sezioni del CAI. Peccato che, per contro, la situazione del sentiero peggiora sensibilmente. Per scendere nel vallone del rio Savine tribolo non poco, così come per capire come fare a salire al Vaccarone. Alla fine mi sembra più evidente quella che viene definita una &amp;quot;variante&amp;quot; al Sentiero Balcone (che di fatto è irreperibile).La traccia percorre per un tratto il fondovalle devastato da qualche evento alluvionale: ghiaia, roccioni, sabbia e sensazioni di esplosioni recenti... Poi si inizia a salire senza pietà lungo una parete quasi a picco, dove è bene evitare di mettere i piedi in fallo. Un breve tratto attrezzato permette di raggiungere la sommità della parete, che sostiene, dall&amp;#39;altra parte, un bell&amp;#39;altipiano sul quale poggia il Rifugio Vaccarone.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Al rifugio fervono i lavori di ristrutturazione. Per il prossimo anno dovrebbe essere tutto finito e, incredibile ma vero, il rifugio dovrebbe regolarmente aprire. Del &amp;quot;vecchio&amp;quot; Ghiacciaio dell&amp;#39;Agnello non rimane che una distesa di pietre, una piccola lingua di neve sembra quasi una bandiera bianca di resa. Per il gusto dell&amp;#39;autoflagellazione che mi abita decido di proseguire per il Colle dell&amp;#39;Agnello per poi tornare indietro dal Vallone d&amp;#39;Ambin. La salita è piacevole, lungo un sentiero molto bello e panoramico (a parte l&amp;#39;ultimo tratto ripidissimo lungo i ghiaioni classici da &amp;quot;un passo avanti e tre indietro&amp;quot;). La discesa sull&amp;#39;altro versante, invece, è talmente eterna che quando finalmente arrivo in fondo sono già in pensione. E sono anche bello cotto, con ancora un sacco di strada da fare... Percorro il Vallone d&amp;#39;Ambin, supero l&amp;#39;omonimo rifugio e raggiungo il fondovalle, dove arriva una strada sterrata: fortunatamente qualcuno ha tracciato un arditissimo sentiero (&amp;quot;cammino delle capre&amp;quot;, appunto...), grazie al quale risalgo (stendo un velo pietoso sul ritmo di marcia) fino al Colle del Piccolo Moncenisio. Ormai strascicando i piedi mi sciroppo la strada verso il rifugio, godendomi il tramonto del sole. Quasi alle otto entro nel rifugio e, quasi urlando, dico &amp;quot;cena!&amp;quot;, in perfetto italiano. Il rifugio è pieno, mi piazzano in un tavolino in un angolo, riescono a stento a star dietro a portarmi da mangiare, prosciugo l&amp;#39;ottimo minestrone come se fossi una pompa di sentina, poi attacco i salamini cotti con la polenta (e la senape piccante, ho ancora gli occhi fuori dalla testa adesso, ma dio se è buona!), finché mi sento tornato come nuovo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Allora mi appoggio al muro e osservo i commensali, cercando come al solito di individuarne le caratteristiche e fantasticando su improbabili storie familiari... Solo dopo il genepy di rito me ne vado caracollando verso l&amp;#39;auto e verso casa... Bella giornata, il Rifugio del Piccolo Moncenisio merita un 10 con lode, il percorso della tappa D35 vale davvero la pena, anche se la parte italiana risulta piuttosto impegnativa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E magari la prossima settimana continuo con la D36, fino al rifugio Levi Molinari... &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=104" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Guardando dal treno</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/one_step_beyond/archive/2008/03/06/guardando-dal-treno.aspx</link><pubDate>Thu, 06 Mar 2008 20:59:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:26</guid><dc:creator>sergio</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;Capita sempre così: vedi una cosa, te ne viene in mente un&amp;#39;altra, ne pensi una terza...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ero sul treno, qualche giorno fa, fermo ad una piccola stazione. Oltre il finestrino guardavo il cartello che avvertiva di non&amp;nbsp;attraversare la linea gialla. Il divieto era ripetuto in inglese: &amp;quot;do not cross beyond the yellow line&amp;quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Beyond. Dove avevo già sentito quella parola?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma certo, la super famosa canzone dei Madness, con quel travolgente riff di tromba e il ritornello gridato dal cantante con voce roca, che ha fatto ballare tutti quelli che erano o si sentivano giovani all&amp;#39;inizio degli anni &amp;#39;80 al ritmo di uno ska che non si sapeva neanche bene che cosa fosse...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Già... One step beyond... &amp;quot;Un passo oltre&amp;quot;, per il mio inglese fantasioso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E come si potrebbe spiegare meglio ciò che spinge le persone ad andare in montagna? La volontà di fare ancora un passo più in là, vedere cosa c&amp;#39;è oltre, senza un apparente motivo se non la curiosità e la voglia di scoprire, fuori nel mondo e dentro di sè.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da una considerazione così spericolata all&amp;#39;idea di inaugurare un blog sul tema il passo è stato breve: il treno non era ancora ripartito che avevo già deciso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eccoci qua, dunque, a giocare con i pensieri profondi, a farci domande e a scimmiottare risposte. Tanto per avere una scusa per continuare a parlare di uomini e di avventure in&amp;nbsp;montagna, l&amp;#39;attività umana più splendidamente&amp;nbsp;inutile e vana alla quale, proprio per questo, non possiamo rinunciare...&lt;/p&gt;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=26" width="1" height="1"&gt;</description></item><item><title>Bio</title><link>http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/2008/02/05/bio.aspx</link><pubDate>Tue, 05 Feb 2008 15:37:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="false">cbfe7460-79fa-438b-b459-a6a4f93e365a:8</guid><dc:creator>admin</dc:creator><slash:comments>0</slash:comments><description>&lt;p&gt;

 
  &lt;/p&gt;&lt;div&gt;&lt;p dir="ltr" style="text-align:left;"&gt;&lt;/p&gt;
   &lt;p dir="ltr" style="text-align:left;"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Seit Sabine Bade &amp;amp; Wolfram Mikuteit vor annähernd 20 Jahren die Alpenregion entlang des italienisch-französischen Grenzkammes für sich entdeckt haben, wird die Region von ihnen regelmäßig besucht. Und sie wollten mehr erfahren über Kultur, Tradition und Geschichte dieser nicht nur landschaftlich attraktiven Gegend - was nicht eben einfach war, da Hintergrundinformationen in deutscher Sprache fast nicht vorhanden waren. So haben sie einfach selbst damit begonnen, beim Wandern immer auch Material zu sammeln und sich so Tal um Tal genussvoll ‚erarbeitet&amp;#39;. Als Ergebnis dieser ‚Grabungen&amp;#39; sind mittlerweile einige Wanderführer veröffentlicht worden:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
   &lt;ul&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.westalpen.eu/wanderfuehrer_VA1.htm"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Auf der Via Alpina durch Seealpen und Ligurische Alpen&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.westalpen.eu/wanderfuehrer_GR52_1.htm"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;GR 52A &amp;nbsp;&amp;nbsp;Le Sentier Panoramique du Mercantour&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.westalpen.eu/wanderfuehrer_AVS.htm"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Alta Via Val di Susa&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;    &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;
   &lt;p dir="ltr" style="text-align:left;"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Im Februar 2007 haben sie darüber hinaus damit begonnen, im ‚&lt;/span&gt;&lt;a href="http://westalpen.wordpress.com/"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Westalpenblog&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;&amp;#39; Informationen weiter zu geben, die für Wanderer vielleicht von Interesse sein können: &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
   &lt;ul&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;dass in den Ligurischen Alpen ein neuer Rundwanderweg eingerichtet wurde, &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;man im französischen Mercantour Nationalpark die Hütten des CAF jetzt online buchen kann,&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;weisen unter dem Thema ‚Trenotrekking&amp;#39; auf saisonal angebotene Bus- und Bahnverbindungen hin, &amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;stellen Ausgangsorte vor, von denen man gut in die Wege der ‚Via Alpina&amp;#39; einsteigen kann, &amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;berichten über interessante Übernachtungsmöglichkeiten entlang der Wanderwege,&lt;/span&gt;&lt;/li&gt;&lt;li style="text-align:left;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;und halten über Auswilderungsprojekte der Bartgeier auf dem Laufenden..&lt;/span&gt;    &lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;
   &lt;p dir="ltr" style="text-align:left;"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;"&gt;Ein Infoblog also, in dem neben vielen praktischen Informationen für Wanderer auch über Kultur, Tradition und Geschichte berichtet wird, Dinge &amp;nbsp;die nur bedingt ‚abseits des Wanderweges&amp;#39; liegen.&amp;nbsp; Da spannt sich der Bogen von okzitanischer Musik über das Sexualleben der Murmeltiere bis hin zu den Friedenswegen des italienisch-französisch-schweizerischen Gemeinschaftsprojekts ‚La Memoria delle Alpi /La Mémoire des Alpes/ Gedächtnis der Alpen&amp;#39; und findet alles seinen Platz, was sie und vielleicht auch Andere interessiert.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
  &lt;/div&gt;
 &amp;nbsp;&lt;img src="http://community.via-alpina.org/aggbug.aspx?PostID=8" width="1" height="1"&gt;</description><category domain="http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/tags/alps/default.aspx">alps</category><category domain="http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/tags/bio/default.aspx">bio</category><category domain="http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/tags/sabine+bade/default.aspx">sabine bade</category><category domain="http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/tags/Blauer+Weg/default.aspx">Blauer Weg</category><category domain="http://community.via-alpina.org/blogs/westalpenblog/archive/tags/Roter+Weg/default.aspx">Roter Weg</category></item></channel></rss>